Politically (s)correct: la distorsione della realtà come effetto del lessico perbenista


La modella nell’immagine soprariportata è Tess Holliday; 35 anni, icona americana delle bellezze ‘plus-size,’ quali oggi etichettate propriamente come ‘curvy’. Osservando le recenti proposte delle agenzie è possibile evidenziare che in media, le modelle appartenenti a questa categoria, seppur presentando qualche strato di carne in più rispetto ai rigidi standard, siano esempio di come la sinuosità prorompente ed una sana forma corporea possano valorizzare con maggiore efficacia un capo d’abbigliamento. Ed è proprio a partire dal settore moda che l’appellativo ‘curvy’ viene impiegato oggi nel lessico comune per indicare un corpo formoso, naturalmente armonico, sano e non basato su misure stabilite. Se tale messaggio da una parte ha permesso alle donne di acquisire maggiore sicurezza del proprio aspetto fisico, dall’altra è divenuto una giustificazione insalubre che ha condotto molte di queste all’obesità patologica che, per quanto ‘formosa’ esteticamente, arreca gravi danni fisici. Tess è ‘bella’ si, ma è chiaramente affetta da una patologia; di qui, il compito del politicamente corretto è occultarne tale imprescindibile fattore esercitando le sue strategie mediatiche.
Basta semplicemente immettere su qualsiasi social l’hashtag ’body positive’ ‘curvy’ ‘self confidence’ per riscontrare quanto queste etichette mediatiche siano divenute dei
consolatori porti sicuri per tante donne che,assuefatte a tali modelli, non sono più capaci di discernere l’oggettivo confine fra il bello e la malattia. Uno degli effetti collaterali è il seguente: il disturbo psichico della dismorfia corporea(quale comporta una visione distorta del proprio corpo) che oggi colpisce prevalentemente il pubblico femminile dei social a partire dalla prima età adolescenziale. Sta di fatto che, l’assuefazione comune a tale modello sia incentivata dalla norma ideolinguistica del politcamente corretto che tanto ama arricchire il nostro lessico standard con ‘felici espressioni’ da adottare per non ledere sensibilità alcuna. Il reale scopo è tutt’altro; questo accanito controllo delle etichette(specie per il sesso, provenienza, disabilità, ideologia e aspetto fisico) intende imporci un infelice ed artificiosa gestione del lessico al fine di distrarci qualche oretta in più sui social, dissociandoci ulteriormente dalla realtà oggettiva. Per riassumere;
un motivo in più per generare dibattiti interminabili, rammollendo ulteriormente la mente umana dinanzi ad uno schermo (già danneggiata dalle rigide normative di contenimento covid) e in aggiunta, arrecare qualche noia in più agli scrittori un po’ più ‘scomodi’ al sistema.
Secondo quanto osservato dal filosofo Karl Popper ne ‘’La società aperta e i suoi nemici” la tecnica politicamente corretta di parlare come agnelli, agendo però da lupi, funge da strategia
dialettica atta a ribaltare i rapporti di oppressi in oppressori /cattivi in buoni.
Questa tattica mediatica dal sapore Orwelliano/Huxleyano ha generato progressivamente sui social una sorta di ” Neo tribunale dell’inquisizione virtuale”, le cui arringhe fra politicamente buoni e non, si risolvono con i cosiddetti ‘Ban’ (esempio di parola buona per indicare in realtà la censura dell’utente).


Infine, analizzando la neolingua social, quale costituita prevalentemente da anglicismi e acronimi, riscontriamo che la maggior parte dei termini ‘innovativi’ siano in realtà semanticamente indeterminati e privi di radici etimologiche; per intenderci, potreste immaginare dei contenitori ’vuoti/neutri’ che, a loro volta, vengono caricati da meri significati funzionali alle strategie del sistema . Questa trasformazione mediatico-linguistica pregiudica il valore che attribuiamo all’autentica lingua dei nostri padri letterari, destinando questa ad apparire ai nativi digitali sempre più obsoleta e distante. Evidentemente i nostri antenati, i letterati e gli intellettuali di un tempo si espressero con parole troppo ‘cattive’ ; sarà forse questo il motivo per cui a distanza di secoli, il loro operato gode del prestigio di esser parte del patrimonio culturale?
Dunque, ritornando alla questione forma fisica e salute; è Inevitabile affermare che per quanto ognuno sia libero di gestire il proprio corpo prescindendo da qualsiasi etichetta, non si può negare l’esistenza di eventuali canoni di bellezza e né impedire di poter esprimere un giudizio liberamente utilizzando il lessico che più rispecchi la visione ed il pensiero del parlante.
Tale riflessione conduce ad una soluzione pragmatica che può essere sintetizzata in questi termini matematici:
Libertà di gestire il proprio corpo:(sta a)salute fisica = (come) libertà di espressione: uso del registro linguistico
Per concludere; il caso di Tess, come quello di tante altre curvy o ‘Skinny’ models(causa di quotidiani dibattiti tipo: commento-risposta-ban) è la dimostrazione di quanto ciò che si professa come CORRECT riservi un dannoso paradosso che lede alla salute di chi, sentendosi calorosamente accolto in queste etichette bonarie, incorre in modelli fisici e di vita insalubri.

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